ISOLANO PER UN GIORNO
| UN GIORNO ALL'ISOLA PIANA | ||
|
SOMMARIO 2004
Altre notizie:
|
CAGLIARI. Un giorno ero a Genova a svolgere le mie normali mansioni quando Paolo mi ha chiesto se avessi voluto andare a lavorare in Sardegna; la domanda mi aveva colto di sorpresa, ma mi solleticava l’idea di accettare una sfida che forse non era tale lavorativamente parlando ma a livello personale. Forse una cazzata in un primo momento. Poi mi son chiesto: «Perché no?». A ‘Baffo’ ho chiesto un paio di giorni per pensarci su. Dopo un tempo immemorabile (48 ore…) mi sono presentato davanti al mio ‘capo’ che probabilmente era reduce dalla serata playstation e quindi non in grado di capire bene quello che gli stavo per dire. «Paolo, vado giù.» «Davvero?» Anche se dopo il primo sguardo c’era già una certa intesa tra i nostri occhi con il simbolo dell’euro come il dollaro è negli occhi dello Zio Paperone. Ancora oggi dalla sede centrale non capiscono bene cosa stia accadendo nella zona di Genova. Ma con Paolino stiamo cambiando faccia ad una delle aziende più importanti d’Italia. Cojoni? Un po’. In compenso sempre con il sorriso sulle labbra e capaci di stupire mezza Italia. Quando poi ho capito che ci sarebbe stata l’opportunità di vedere ‘sta benedetta ‘Isola Piana’ mi sono chiesto se tutte le belinate che diceva Paolo fossero vere. Sono arrivato in una Sardegna capace di stupirmi con le sue bellezze femminili e con un tempo sempre estivo. Cose che, si sa, al buon Henrik fanno sempre gola. Ma l’essere spaesato era all’ordine del giorno. Non capivo dove voltarmi per trovare qualcosa che mi desse l’opportunità di essere me stesso. Nemmeno quel marchio blu con scritta bianca (il marchio CEPU, n.d.r.) mi creava un barlume di conoscenza del luogo. Dopo i primi cento chilometri che separano Olbia da Cagliari mi veniva in mente una sola frase: «Chi cazzo me l’ha fatto fare?». Tante idee. E poche frasi. Ma grande confusione sicuramente. Poi trovo un Paolo abbronzantissimo che mi accoglie a braccia aperte… come solo "Venerdì" sapeva fare con Robinson Crusoe. Poi Paolo mi fa capire una gran verità: sull’isola non si lavora. A parte gli scherzi, dopo qualche ora il genovese doc mi fa trovare e conoscere cosa ancora non capivo: come si sta bene in questa terra. Dopo diverse, ma non tante, ore mi trovo davanti ad un tavolino pieno di birre Ichnusa che gelate solleticano tanto il mio palato quanto il mio cervello. Aspettiamo insieme la "Villamarina III" che pare un glorioso veliero, soprattutto per chi come me non capisce nulla di imbarcazioni (non me ne vogliano gli isolani…). Una manciata di minuti e mi ritrovo in quello che nella migliore della ipotesi si realizzava solo nella stupida ed astratta irrealtà di un bambino che sogna a fianco al seno materno… l’ Isola Piana. Vedo da lontano crescere un mondo che si fa sempre più concreto con un’altezza che sembra aumentare a dismisura più per il mio essere incredulo che per un mancato Everest in mezzo al mare Tirreno. Un porticciolo che anche Portofino pare invidiare e che nemmeno Pier Silvio può attraccare. E’ vero: «Io Posso». Non possono i soldi ma le conoscenze. Sono "accozzato". Il buon "Duf" (Poaolo, n.d.r.) mi dà l’opportunità più unica che rara di essere protagonista sul fine dell’estate 2mila4 di avere una forte esperienza. Mi manca solo una cosa: la maglietta ufficiale dell’Isola. Ma non demordo e attendo il prossimo viaggio per l’acquisto. Una cosa mi colpisce tra le altre: il potermi ambientare dopo qualche minuto, come se avessi nel mio DNA la stessa storia degli isolani (con il massimo rispetto per gli stessi, ovviamente…). Il tempo non passa, lo faccio io. Trovo la serata. Trovo la birra ed il mirto. Trovo le persone. Trovo le stelle e la luna piena. Trovo il mare e la piscina a piedi nudi ad un passo dal profumo dell’erba. Trovo la familiarità di chi porta le valigie e di chi guida la barca. Trovo quanto chiunque altro potrebbe solo immaginare e sperare. Trovo quello che la gente spera di trovare in una vacanza distante decine di ore di volo dall’Italia e che stupidamente non capisce di avere sotto il naso. Ma altrettanto vero che questa fortuna è per pochi. Io sono fra questi. A tutti gli altri solo due alternative: o avere questa fortuna; o una pernacchia dal molo. Io posso scrivere sul mio diario la stessa cosa che pochi genoani poterono incidere nella memoria a Oviedo (partita di Coppa UEFA disputata contro il Genoa all'inizio degli anni '90, n.d.r.): «Io c’ero». Auguri a chi avrà questa possibilità. Anzi no. Non servono più. Henrik Albrizio |
|